Territorio

vernoleVernole è situata nel versante orientale della penisola salentina, a 12 km dal capoluogo provinciale in direzione sud-est. Il territorio comunale ricade nella Valle della Cupa, una porzione di pianura, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica. Comprende le frazioni di Acaya, Acquarica di Lecce, Pisignano, Strudà, Vanze e parte delle marine di San Cataldo e Torre Specchia. Fa parte del comune di Vernole la Riserva naturale statale Le Cesine, una riserva statale naturalistica situata a ridosso della costa adriatica.  Le testimonianze di un vissuto intenso partono dall’età del bronzo, percorrono il periodo messapico e giungono attraverso imponenti manufatti di epoca medioevale al periodo preindustriale.
Nel territorio di Vernole, già in età preistorica, si evidenzia una presenza umana. Si tratta di popolazioni indigene che si sono insediate dapprima nel triangolo Acquarica – Acaya – Pisignano dove hanno fatto la loro apparizione i “menhir” o “pietrefitte”, “le specchie” e “i pagliari”.

Una reale consistenza della popolazione indigena nel neolitico si può individuare, sulla base di resti compositi, in località San Pietro di Acaya, dove vi sono alcune grotte basiliane con tracce di graffiti. In questo sito, allora paludoso, si pensa vi possa essere stato un villaggio su palafitte. Il sistema insediativo locale comincia a subire qualche mutamento quando nuovi apporti culturali, magnogreci o greco-orientali, si profilano all’orizzonte ponendo fine all’età della pietra e del bronzo e dando inizio ad una cultura più complessa e più variegata. Intorno al 1000 a.C. i Messapi, popolo molto civile e laborioso,  sbarcano sulle coste; le loro città erano protette da imponenti cinte murarie, costruite sia con pietre squadrate, sia con pietre informi.


menhirpisignanoIl menhir Mater Domini di Pisignano
risale all’epoca preistorica. È un lungo parallelepipedo a base rettangolare, confitto al suolo (pietrafitta), con le facce più larghe orientate da nord a sud, come quasi tutti i menhir della provincia di Lecce. Secondo l’opinione più diffusa, questi enormi monoliti hanno un significato religioso o funerario. Le popolazioni dell’età del bronzo insediate nel territorio compreso tra Acaya, Vanze ed Acquarica di Lecce, hanno lasciato quale segno del loro passaggio, tumuli di pietre dette Specchie. Alcuni studiosi ritengono che si tratti di strutture sepolcrali, altri, di apparati difensivi di età storica cui sono associati anche i paretoni vale a dire immense muraglie a secco che raggiungono un’altezza di 3 metri ed uno spessore di 6 metri alla base.

Il pagliaro (pagghiaru) è la più tipica manifestazione architettonica locale. Gli strati di pietre poggiano su uno strato anulare P1000759sottostante, restringendosi progressivamente di circonferenza fino a stabilire una apertura minima dove poggia una specie di cupola a forma conica. Per unire le pietre non si usava nessun cemento o malta. Per fissarle bene una all’altra si usava una pietra che aveva la funzione di martello.
Altra caratteristica del territorio di Vernole è determinata dalla presenza di numerose masserie fortificate (fra le più importanti: “FAVARELLA”, “LI CANDI”, “PIER DI NOHA”, “CESINE”, “VISCIGLITO”, “BAGLIVI”). Dal XIV secolo e fino all’800, si fortificano con alte mura di cinta, solide porte d’ingresso, ponte levatoio, fossati, case massicce ed alte torri fornite di caditoie, feritoie, garitte, da usare come posti di osservazione e di difesa dalla minaccia dei Turchi prima e dei predoni locali poi. Le masserie fortificate diventano così dimora e centro di tutte quelle attività agricole che si svolgevano nel latifondo. Numerosissime sono, inoltre sul territorio, le presenze di antichi manufatti necessari alla trasformazione dei prodotti agricoli: i frantoi ipogei per la spremitura delle olive, i palmenti per la produzione del vino e i molini per macinare i cereali. Storia, cultura, architettura, ingegno e operosità convivono nel territorio di Vernole, sin dagli albori, in grande simbiosi tra loro e “in uno” con la popolazione generosa, operosa ed ospitale.

Frantoio ipogeo di Vernole

nuove 049Il frantoio ipogeo o trappeto è il testimone nascosto di una millenaria civiltà; civiltà drammatica, spietata, di uomini e bestie asserviti ad una fatica estenuante, parimenti insopportabile agli uni ed alle altre, eppure assolutamente necessaria per far sgorgare, alla fine di lunghi processi di lavorazione, l’oro liquido dell’economia salentina.

Come l’ulivo è l’aspetto paesaggistico caratterizzante del panorama salentino, il trappeto sotterraneo è stato parte imprescindibile della cultura economica e sociale del Salento, il luogo in cui si è concretizzata, o ridimensionata, o svanita la speranza, per la stragrande maggioranza della popolazione, di affrontare la stagione

nuove 048invernale in maniera meno stentata. Tutti i frantoi costruiti nel Salento tra il 1500 e il 1800 sono ipogei perché ricavati sotto terra nei banchi di tufo o di pietra leccese, raggiungedo una profondità dai 2 ai 5 metri.Sotto la Piazza centrale di Vernole si trova il Trappeto Caffa, da una ricerca svolta presso l’archivio di stato di Lecce si rileva che nel1576 il trappeto era funzionante; nel catasto conciario del 1748 è indicato appartenente ai beni feudali della famiglia Bernardini. Il comune di Vernole lo acquistò il 27 ottobre 1885 per il prezzo di milleottocentolire. Re Umberto I ratificò l’acquisto il 17 dicembre 1885. Il frantoio rimase in attività sino ai primi del 1900, poi venne abbandonato e successivamente colmato con terriccio. Recuperato recentemente dall’Ammistrazione Comunale e reso fruibile.

La città fortificata di Acaya

acaya1Nel territorio del Comune di Vernole è presente la splendida città fortificata di Acaya, essa è da considerarsi un esempio singolare di città fortificata realizzata nel cinquecento nel Mezzogiorno d’Italia. Acaya è il nome con cui oggi viene chiamata quella che anticamente era conosciuta come la borgata di Segine. Acaya deve il suo nome ad una antica casata, sicuramente di origine greche (vedasi principato di Acaia), sta di fatto che arrivarono in Italia al seguito di Carlo I, il quale assegnò alla famiglia il feudo nel 1285. Nel 400 e 500 tutta l’Italia meridionale era oggetto di continue scorrerie da parte degli Ottomani, nacque così l’esigenza di proteggere la costa e l’entroterra. Tale esigenza fu particolarmente sentita dall’Imperatore Carlo V, che dopo l’assedio di Otranto avvertiva il pericolo di invasioni turche nel suo Impero. Fu proprio il Barone Alfonso di Acaya, braccio destro di  Andrea Carafa allora governatore, che fu incaricato di presidiare Otranto dopo l’invasione turca. La vicinanza della famiglia Acaya alla Corte di Carlo V consente al figlio di Alfonso  “Giangiacomo”  di introdursi in ambienti colti e raffinati, a cavallo tra l’Italia e la Spagna. Ma fu solo nel 1528 che Giangiacomo riuscì a farsi apprezzare alla Corte di Carlo V, quando con l’ausilio del Marchese Castriota e di un modesto contingente militare riuscì a fermare l’avanzata dei francesi nel Salento. Fu allora che Carlo V apprezzò le doti di Giangiacomo come militare, stratega ed architetto e nel 1536 lo incaricò di costruire la cittadella fortificata di Acaya.

Il castello ha una struttura trapezoidale, intorno ai cui lati est e sud vi sono gli ambienti a pianoterra. Sia il castello che la cintura acaya2bastionata vengono muniti a difesa, da un doppio ordine di casematte disposte verso il fossato e la campagna attigua. Il castello è collegato con la terraferma attraverso un unico ponte. La muraglia fortificata del castello è delimitata a Sud-Ovest e Nord-Est da due torri di forma circolare; la cortina Est viene ripresa da Gian Giacomo su una preesistente struttura costruita dai suoi antenati ed adattata al sistema difensivo dell’epoca; il lato Nord del castello, che è anche il limite estremo delle mura, era stato concepito dall’architetto come la zona atta ai servizi essenziali, gestiti dai suoi vassalli. Vi erano: il forno e il mulino. Qui viene costruita anche la cappella di culto ad u so del barone e del suo seguito.

La cittadella é dotata di un sistema viario rigorosamente geometrico del tipo detto ‘ad insula’, concepito da Gian Giacomo e composto da sette strade rettilinee che si intersecano le une con le altre; sono orientate da nord verso sud e le stesse si incrociano con altre tre pos te da est verso ovest. All’interno del borgo Gian Giacomo ristruttura completamente la chiesa matrice , la torre campanaria e costruisce il Convento dei Minori Osservanti intitolato a Sant’Antonio.

Oasi Naturale delle Cesine

Ophrys_tenthrediniferaPercorrendo in auto la strada litoranea adriatica salentina, a circa 5 Km. da San Cataldo (l’antico Porto Adriano a servizio di Lecce) si raggiunge la zona umida delle Cesine che si estende per 620 ettari con la sua Oasi Naturalistica di rara bellezza, caratterizzata dalla presenza di una ricca e varia vegetazione oltre ad una numerosa fauna stanziale e migratoria. il suo nome deriva dal latino “Seges” (zona incolta, abbandonata) e ricorda la pratica medioevale di tagliare gli alberi e di bruciare i boschi per ricavare terreni fertili. Era una cittadella che si ergeva nei dintorni del castello di caccia realizzato da Alfonso Dell’Acaya. I due stagni Salapi e Pantano Grande, alimentati dalla piogge, sono separati dal mare da un cordone di dune sabbiose. L’oasi è stata istituita nel 1978 a seguito della dichiarazione di valore internazionale della zona per effetto della convenzione firmata a Ramsar (Iran) il 2/2/1971 e nel 1980 è stata riconosciuta Riserva Naturale dello Stato di Popolamento animale. Attualmente l’Oasi, che comprende 380 dei 620 ettari della zona umida, è gestita dal WWF. Nella riserva vi è la masseria “Le Cesine”, adibita a foresteria e centro visite. Una serie di sentieri natura attraversano le pinete e la macchia mediterranea terminando con capanni di osservazione che si affacciano sui pantani.

La zona umida è uno degli ultimi tratti delle paludi che si estendevano fra Brindisi e Otranto e costituisce un’area estremamente composita con differenti habitat naturali, ognuno di essi caratterizzato da associazioni e specie vegetali tipiche. Pertanto, pur essendo l’area prevalentemente una zona umida, racchiude al suo interno una grande varietà di habitat e di fasce di transizione fra di essi che ne fanno un gigantesco mosaico naturale. Raggruppa grandi estensioni di canneti, numerosi canali, tratti a palude e acquitrino e i due bacini Pantano Grande e Salapi. Gli altri ambienti che caratterizzano la riserva sono la pineta, la macchia mediterranea, la lecceta e i coltivi. La riserva con le sue dune, gli stagni e la macchia mediterranea, ospita piante particolari e numerose specie di uccelli, un insieme che rappresenta un patrimonio di inestimabile valore. Essendo collocata su una delle più importanti rotte migratorie del Mediterraneo, è frequentata da numerose specie di uccelli che proprio durante le migrazioni regalano uno spettacolo ineguagliabile.

Masseria Visciglito

La masseria, in origine convento dei Gesuiti,  ha avuto nei secoli dei notevoli mutamenti e trasformazioni testimoniate dalle P1000737costruzioni più diverse che la circondano. La chiesetta risale al 1500, l’impianto principale al secolo successivo e quindi nel 1800 le altre costruzioni che dimostrano la sua trasformazione in masseria. Le antiche origini del sito sono testimoniate dagli ulivi bimillenari (i ‘titani’) che si ammirano a poche decine di metri e che indicano il tipo di agricoltura che qui si praticava e dalla Strada Traiana che la lambisce e che terminava il suo tracciato a Roca.

Si racconta che Ottaviano Augusto, nipote di Cesare, dovendo tornare in patria dall’Albania per la morte dello zio e temendo di sbarcare nei porti di Brindisi, Otranto o San Cataldo per paura di attentati, sbarcò a Roca Vecchia e sulla strada di accampò a Visciglito, forse già all’epoca una fattoria tenuta da amici fidati. (Appiano Alessandrino nella Storia di Roma, Nicola Damasceno nella Vita di Cesare)

La sua denominazione non dovrebbe essere una sua peculiarità, stante il fatto che, da ricerche, anche a Solofra (AV), in Provincia di Salerno e di Foggia (intorno ai primi anni del 1200, ai tempi di Federico II)  esistano altri “Visciglito” il cui significato dovrebbe essere “località piena di Viscigli (piante giovani da innestare).

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